Ad inizio settembre 2013, dopo aver raccolto innumerevoli casi, abbiamo segnalato all’Ispettorato del Lavoro una situazione che non poteva più essere tollerata.
Non certamente di infrazioni contrattuali stiamo parlando, ma bensì di un vero e proprio «metodo d’impiego del personale» che teneva costantemente sotto pressione le collaboratrici ed i collaboratori  impiegati nei 10 punti vendita del Cantone Ticino.

Il perno di questo «sistema di impiego» si poggiava principalmente su un caposaldo: la Direzione ALDI chiedeva ai gerenti di  giustificare ogni singola ora di lavoro con un incasso di fr. 800.- che poteva a sua volta variare, ma nemmeno tanto, a dipendenza dall’ubicazione e dall’affluenza al negozio e dalla potenziale clientela. Per tentare di essere più chiari, esemplificando il tutto per estremi: se la commessa Marisa (nome di nostra invenzione) lavorava dalle 11.00 alle 12.00; alle 12.00 si apriva la cassa e si dovevano contare fr. 800.- di prodotti venduti dalla nostra Marisa. E questo schema valeva non solo per la nostra Marisa ma per tutto il personale occupato.
Questa «mission aziendale», provocava in automatico una pianificazione dell’impiego del personale ai limiti del maniacale: il gerente era occupato al 100%, il vice gerente all’80% e tutto il personale di vendita assunto con contratti a tempo parziale in una fascia di occupazione che si spostava dal 30% (minimo) al 60% massimo. La logica del successo aziendale poteva essere raggiunta solo attraverso la massima disponibilità del personale: disporre dei piani di lavoro solo alcuni giorni prima (e non due settimane prima come prevede la Legge sul Lavoro)… commesse che, con il telefono in mano, attendevano la chiamata del gerente «e via di corsa verso il negozio»… alla presenza di imprevisti (assenze, malattie o infortuni di colleghi) molte commesse erano chiamate a coprire le esigenze del negozio sino a punte di 11 ore al giorno. Il personale, anche quello impiegato con un grado di occupazione basso, si ritrovava a prestare un numero abnorme di ore straordinarie che non venivano compensate principalmente in tempo libero (rigorosamente, nei periodi in cui il singolo gerente poteva programmarne un più basso impiego).
Precariato occupazionale, chiamate di rientro in negozio «oggi per subito», spada di Damocle sulla testa di tutti nel «fare cifra», commesse che corrono dalla cassa al bancone di vendita e – molto importante – personale occupato a tempo parziale che, di fatto, non poteva oggettivamente permettersi di trovare un’altra attività lavorativa complementare fuori dai negozi ALDI.
L’ispettorato del Lavoro, con particolare attenzione e impegno, ha proceduto a delle verifiche nei 10 punti vendita ALDI del Cantone Ticino.
Il risultato: rilevate alcune infrazioni rispetto alla Legge federale sul Lavoro e, ancora più importante, ripristino di una gestione delle risorse (personale) più attenta ai bisogni del personale. Ad esempio, da alcuni mesi, il personale ha firmato dei contratti individuali con un grado di occupazione di almeno il 50%-70% modificando così tutti i contratti precedentemente in essere di grado di occupazione 30%-40%. Altro esempio, le ore straordinarie prestate mensilmente (ovvero, le ore che eccedono il grado di occupazione convenuto contrattualmente) sono ora pagate con il supplemento salariale del 25%.
Missione compiuta? Troppo presto per affermarlo con certezza. Vero è che, dopo l’intervento OCST presso l’istanza competente cantonale, molte questioni si sono risolte.
Resta un punto fermo: nel settore della vendita, in particolare la grande distribuzione, il metodo di fare impresa «alla ALDI» rischiava di radicarsi nel nostro territorio e di «fare scuola». Ed è per questo che, questi piccoli-grandi passi a favore della dignità del personale di vendita diventano motivo di soddisfazione.
Un importante, ma non ancora conclusivo, passo nella giusta direzione.

Paolo Locatelli, vice-segretario cantonale OCST, responsabile OCST vendita