Il Consiglio Federale ha di recente avviato le consultazioni sul progetto di nuova legge federale sull’apertura dei negozi. In discussione è messa la possibilità di aprire tutti i giorni (domenica esclusa) i negozi alle 06.00 e chiuderli, dal lunedì al venerdì, alle 20.00 rispettivamente, il sabato, alle 19.00.

Il tutto sotto il cappello di una pretestuosa ricerca di armonizzazione federale. Ma è veramente così? Iniziamo a dire che, con il progetto di legge, in 16 cantoni su 26 gli orari di chiusura attualmente in vigore si prolungherebbero e che comunque, a essere toccati da questa misura, sarebbero qualcosa come quasi 318’000 collaboratori attivi nel settore della vendita al dettaglio. La domanda da porsi è dunque la seguente: armonizzare significa peggiorare le condizioni di lavoro della maggioranza dei collaboratori?
L’altro aspetto è quello legato alla effettiva necessità di imporre un modello unico federale di aperture dei negozi, a prescindere dalla tipicità del commercio locale e delle particolarità cantonali. Come dire, ciò che potrebbe essere utile ad Ascona non necessariamente è efficace a Gurtnellen. Spiegatelo!
Sorprende anche l’eccessivo entusiasmo del presidente della Disti, Enzo Lucibello, che non ha esitato via stampa a definire l’avvio della consultazione come «un passo nella direzione auspicata, ma il processo è ancora lungo e la controparte ha già dichiarato guerra». Ma a quale processo a medio-lungo termine fa riferimento? A una apertura generalizzata «24 ore su 24, sette giorni su sette»? Il tutto senza un contratto collettivo di lavoro chiaro, forte e verificabile nella sua applicazione? Troppo facile, caro presidente. Lo abbiamo già detto e lo ribadiamo con forza: se il settore del commercio deve diventare come una potente autovettura sprovvista di freni che, alla prima curva, cappotta… il personale della vendita e i sindacati non ci staranno mai!
Vogliamo quindi, per l’ennesima volta, chiedere al popolo di esprimersi con un voto sulle condizioni di lavoro di centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori? Molto probabilmente sì. Per il momento ci limitiamo a chiedere al Consiglio di Stato ticinese di mettere, come meritano, in evidenza le perplessità e le contrarietà dei collaboratori della vendita in un contesto cantonale dove il settore, sprovvisto di contratto collettivo, è già di per sé sotto pressione.

Paolo Locatelli